ZIMBABWE: attenzione agli elefanti!

Branchi alla ricerca della (poca) acqua disponibile

L’idea iniziale era di dedicare una settimana ad un progetto di volontariato con i leoni ed altrettanti giorni alla visita dei principali parchi dello Zimbabwe.  Forse per un eccesso di zelo, abbiamo comprato il volo internazionale senza verificare la fattibilità delle nostre intenzioni che, nell’arco di pochi giorni, sono inesorabilmente franate.

Tranne qualche progetto più adatto ad aspiranti veterinari che ad incompetenti in materia come noi,  le altre proposte di volontariato a favore della tutela dei simpatici gattoni sembravano poco serie, quasi dei bluff.

Scartata  l’ipotesi di volontariato con i felini, restava quella più turistica ma per attuarla serviva un fuoristrada  e nonostante svariati tentativi, non siamo riusciti a noleggiarne uno. Abbiamo dovuto accontentarci di una normalissima Yaris, che non è propriamente la vettura più adatta per affrontare gli sterrati africani.

Avevamo tuttavia tre mete in mente, almeno in parte raggiungibili e visitabili: Great Zimbabwe, che è uno dei più grandi siti archeologici africani,  Matobo Hills  che è un parco famoso per le originali colline granitiche che creano paesaggi di grande impatto estetico e il Parco Nazionale Hwange, noto per la massiccia presenza di elefanti.

Io ero fortemente scettica sulla prima meta: gli africani non sono certo noti per la conservazione del proprio patrimonio artistico e culturale. Sciatti e pressappochisti, di solito spacciano per siti archeologici miserabili luoghi, tenuti malissimo e privi di ogni interesse. Roberto, al contrario, era molto attratto da Great Zimbabwe ma pesantemente prevenuto riguardo al  parco Hwange: dava per scontato che ci fossero pochissimi animali e che, soprattutto, senza un fuoristrada non avremmo potuto attraversarlo, perciò avremmo finito per pagare la solita esorbitante tassa di ingresso per  non vedere nulla di degno di nota. Entrambi contavamo su Matobo Hills, ma più che altro come premio di consolazione.

A piedi nel parco Hwange

Nonostante il caldo opprimente, ben più vicino ai 50 che ai 40 gradi, le tre mete si sono rivelate sorprendentemente interessanti: il sito archeologico ci ha lasciato a bocca aperta per ampiezza e maestosità. Le Matobo Hills ci hanno regalato paesaggi mozzafiato. E nel parco Hwange abbiamo avuto un paio di  incontri ravvicinati davvero spettacolari (seppur non privi di un certo spavento!). Appena entrati, mentre mio marito cercava di evitare le buche peggiori,  percorrendo con la piccola Yaris  uno sterrato  con un misto di noia e scetticismo, all’improvviso alcuni elefanti sono sbucati davanti a noi, intenzionati ad attraversare la strada.  Abbiamo bloccato l’auto e spento i motori, come ci avevano consigliato di fare i ranger all’ingresso del parco.  E’ vero che gli elefanti sono vegetariani, quindi ben poco interessati agli esseri umani in quanto prede, ma sono anche animali territoriali che potrebbero vivere con fastidio la presenza di intrusi nella loro zona. I ranger ci avevano perciò raccomandato di stare fermi e in silenzio all’interno dell’auto nel caso in cui avessimo incrociato degli esemplari ma di infilare la retromarcia e allontanarsi senza fretta ma con decisione, in caso di inequivocabili segnali di nervosismo come barriti insistenti, movimenti infastiditi delle zampe, della proboscide o delle enormi orecchie.

Ebbene: i primi elefanti hanno attraversato la strada a pochi passi da noi senza dar troppo peso alla nostra presenza ma, dopo una decina di esemplari, ne è comparso uno vistosamente più grande e piuttosto disturbato da quello strano animale che doveva apparirgli la nostra Yaris. Mentre gli altri esemplari (ma quanti ce n’erano???) continuavano ad attraversare la strada, il colosso si è piantato di fronte a noi ed ha iniziato ad assumere il classico atteggiamento di un elefante arrabbiato. Panico. Io ho chiuso il finestrino: mossa inutile ma stupidamente spontanea. Ed

Alloggio di lusso a Matobo (per chi può permetterselo!)

ho suggerito a Roberto di mettere con delicatezza la retromarcia ed iniziare a indietreggiare.  Non mi ha risposto ma ha fatto un cenno indicandomi lo specchietto retrovisore: è solo allora che ho realizzato che, alle nostre spalle, stavano arrivando parecchie altre decine di elefanti.

Eravamo circondati: che brivido! Inutile dire che, alla fine, non ci hanno travolto né calpestato (come per un attimo avevamo temuto!) ma hanno continuato la loro marcia schivandoci.  Il capo branco ci ha tenuto d’occhio dall’inizio alla fine, poi, forse, si è convinto che eravamo innocui e, quando anche l’ultimo elefante ha attraverso la strada, ci ha lanciato un’ occhiata di sfida e se n’è andato con la proboscide solennemente alzata

Questa scena si è ripetuta più volte in prossimità di ciascuna delle pozze d’acqua dove decine di esemplari ad ogni alba e tramonto  si riunivano per dissetarsi: ed ogni volta l’emozione (mista alla paura!)  ci ha ripagato di tutte le fatiche (e di tutti i soldi spesi)!

Grande Zimbabwe

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