SUDAFRICA: il sogno di Madiba si è avverato?

Piscine naturali vicino Città del Capo

CITTA’ DEL CAPO: IL SOGNO DI MADIBA SI E’ AVVERATO?

Cos’è stato realmente l’apartheid? Che conseguenze ha avuto? Esiste ancora? Con il desiderio di dare una “rinfrescata” al mio inglese ma, soprattutto, con l’obiettivo di approfondire un brutto capitolo della storia, alcuni anni fa ho trascorso tre settimane a Cape Town (Città del Capo) per frequentare  un corso dedicato a questo tema.

Lavori da “colored”

Il termine “apartheid” (“separazione”) affonda le sue radici nella lingua dei primi colonizzatori del Sud Africa di origine olandese, i boeri (o afrikaners), fin da subito molto zelanti nell’introdurre politiche razziste, con la (seppur tiepida) complicità dei sudafricani di origine inglese, più tolleranti nei confronti degli autoctoni.

La segregazione razziale iniziò a svilupparsi già all’inizio del Novecento, ma è nel secondo dopo guerra che vennero introdotte leggi che esplicitamente negarono qualunque diritto politico sociale o economico a chi non era di pelle bianca. I cittadini, più precisamente, vennero classificati in tre gruppi: bianco, bantu (neri africani) e coloured  (persone con ascendenza mista). Successivamente venne creata una quarta categoria per gli asiatici  con delle curiose distinzioni: i giapponesi,  ad esempio, venivano assimilati ai bianchi. Le leggi proibivano le relazioni tra questi gruppi che potevano accedere a luoghi pubblici (scuole, bar, autobus biblioteche, spiagge etc.) rigorosamente separati. Tutto ciò provocò  dure proteste, puntualmente soffocate con brutalità dalle forze dell’ordine e il leader Nelson Mandela (chiamato, in lingua locale, Madiba) subì 27 anni di carcere prima di poter far trionfare le proprie idee. Nemmeno la  Comunità internazionale rimase passiva: negli anni ’70 dichiarò l’apartheid crimine contro l’umanità e a lungo impose sanzioni al Sud Africa, che venne escluso dalle Olimpiadi. Nonostante ciò, la segregazione razziale durò fino agli anni ’90, quando Mandela venne liberato e il suo partito, l’African National Party, vinse le elezioni. Da allora, ufficialmente, il Sudafrica è libero e democratico ma le discriminazioni persistono, complici le pesanti disuguaglianze economiche e sociali.

Città del Capo

Città del Capo

Ammetto che Cape Town è una delle città più belle che abbia mai visitato: clima mediterraneo, infrastrutture occidentali, ristorantini, gallerie d’arte  e natura mozzafiato, con alle spalle le originali Table Mountain (simbolo della città, sono una specie di monolito con la forma di una grossa tavola) e le suggestive spiagge oceaniche dall’altro. Siamo a una settantina di chilometri da  Capo Di Buona Speranza, la fine del mondo, il punto più a sud del continente: un luogo ipnotico in cui si rimarrebbe per ore accovacciati sul promontorio, sferzati dal vento, ad ascoltare il fragore delle onde e osservare la magia dei due oceani che si scontrano. Tutto attorno spiagge bianche con colonie di piccoli pinguini dall’andatura buffa: uno spettacolo indelebile. Sempre  a una manciata di chilometri da Cape Town si trovano le “Terre del Vino” e, in particolare, la località di Stellenbosch, il cuore enologico dell’Africa: distese di vigneti a perdita d’occhio tra i più fertili e famosi del mondo, querce secolari, aziende agricole con  un’architettura elegante in perfetto stile olandese e ristoranti gourmet.

Attenzione ai pinguini!

Tutta questa bellezza, che letteralmente abbaglia il turista che arriva a Cape Town, stride con la sensazione di ansia che si prova ogni volta che si leggono i violenti fatti di cronaca locale o si chiacchiera con i residenti bianchi che risiedono in case circondate da filo spinato, spesso con tanto di guardie armate, con grate e sbarre degne di un carcere ad ogni porta e finestra, e l’immancabile scritta “No trespassing. Violators will be shot” (Vietato l’ingresso. Si spara ai trasgressori).

Pinguini del Capo

Per me, che sono abituata a vivere, di giorno e di notte,  con porte e finestre sempre spalancate e fatico a chiudere a chiave l’ingresso quando esco di casa, non è stato facile abituarmi a regole di sicurezza così angoscianti. I primi giorni ero continuamente rimproverata dal mio padrone di casa che pretendeva che chiudessi a chiave le porte anche se andavo solo per qualche istante in giardino a recuperare un oggetto o che si irritava quando vedeva che cercavo di chiacchierare con il giardiniere: non perché lo distraessi, ma perché non era un bianco, quindi non dovevo parlargli.

Una sera, durante una cena in una magnifica casa con un enorme salone circondato da vetrate (rigorosamente antiproiettile!) con vista, da un lato sull’oceano, dall’altro sulle montagne, il proprietario mi ha confessato che,  la prima volta che è venuto in Europa,  è rimasto letteralmente sconvolto nel vedere nell’aeroporto di Parigi bianchi chini sul pavimento impegnati in lavori di pulizia: era la prima volta che vedeva gente bianca svolgere simili mansioni!

Il giorno seguente ho deciso che sarei andata a visitare la zona oscura di Cape Town, quella delle townships, cioè delle baraccopoli dove i bianchi hanno deciso di relegare i neri.

L’Oceano a Cape Town

Era la prima volta, nella mia vita, che mi addentravo in simili realtà che, a prima vista, ti possono anche evocare scorci di film come “Il colore viola” o “Invictus” ma che dopo pochi istanti ti gelano il sangue. Ho provato una sensazione di tristezza, mista a paura e imbarazzo: che diritto avevo da bianca benestante di passeggiare tra baracche decadenti e persone devastate, che vivono in condizioni igienico sanitarie allucinanti? Non me la sono sentita di fare fotografie ma, con sorpresa, mi sono ritrovata a ricambiare sorrisi che mai avrei pensato di incrociare.  La guida (ovviamente mi sono affidata a un’agenzia locale per addentrarmi nelle townships) mi ha spiegato che non dovevo sentirmi a disagio perché i turisti, a cui si possono vendere piccoli prodotti di artigianato, sono considerati una delle poche fonti di guadagno per chi vive in zone così povere. Ha aggiunto che l’atteggiamento della gente delle townships è di “ubuntu”, di umanità e che sicuramente apprezzavano il fatto che volessi avvicinarmi e conoscere la loro realtà quotidiana.

Mari e monti in un fazzoletto

Nonostante sapessi che parte del denaro che avevo pagato per entrare nelle townships servisse a finanziare progetti di sviluppo locale e, seppur comprendendo le spiegazioni della guida che voleva farmi sentire a mio agio, non sono riuscita a sedare la sensazione di imbarazzo, quasi di vergogna nell’essere lì impotente, con il mio abbigliamento da turista e il volto pulito da brava ragazza bianca.

Mi sono chiesta, e mi chiedo ancora: ma che fine ha fatto il sogno di Madiba?

Città del Capo, informazioni utili

Ufficio del turismo

Per organizzarsi da soli, si può cominciare visitando il sito dell’Ufficio del Turismo di Città del Capo, che offre aiuto per prenotazioni di alloggio e attività. E’ un sito molto ben fatto, aggiornatissimo, facile da consultare, con una buona grafica ed una grande mole di informazioni, anche se la sua struttura lo rende a volte un pò lento nelle risposte. Ma è sicuramente un punto di riferimento.

Quando andare

Da maggio a settembre i mesi più piovosi. Da Ottobre in poi il tempo migliora e a novembre sboccia la primavera. Il massimo dell’afflusso turistico si registra in gennaio, quando i prezzi crescono.

Come arrivare

Aereo

L’aeroporto internazionale (Cape Town International Airport), si trova a 22 km dal centro città ed è servito da tuute le maggiori compagnie aeree.

Bus

Bus di lunga percorrenza collegano Cape Town con Johannesburg, con fermate in tutta la Garden Route. Le maggiori compagnie sono Greyhound, , Intercape Mainliner, Translux, ma per maggiore comodità c’è il sito “Busticket” per cercare i biglietti migliori.

Treno

La stazione principale di Cape Town è la Cape Town Train Station. Shosholoza MeylBlue TrainPer viaggiare da e per Johannesburg ci sono i treni di , ma per un vero viaggio da sogno, si può provare il , uno dei treni più eleganti del mondo, una sorta di Orient Express africano.

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