SLOVENIA: trekking sul monte Krn

La valle di Caporetto vista dal Monte Krn

La valle di Caporetto vista dal Monte Krn

MONTE KRN: come andare in tre ore di faticosa salita da 540 mt a 2245 mt (e non pentirsene!)

Uno degli aspetti più piacevoli del luogo in cui vivo (un paesino in mezzo a dolci colline dove si producono vini bianchi considerati tra i migliori al mondo) è la vicinanza sia del mare che della montagna.  In meno di mezz’ora posso raggiungere la costa rocciosa triestina o quella sabbiosa di Grado. E, sempre nell’arco di poco più di 30 chilometri, posso parcheggiare l’auto ai piedi di imponenti vette, come il Monte Nero che, situato nei pressi di Caporetto, raggiunge i 2.245 mt.

Anzitutto un paio di puntualizzazioni sui nomi e sui luoghi: Caporetto, attuale Kobarid, come noto, non è più in Italia (anche se Trenitalia fino a non molto tempo fa si ostinava a inserirla  nell’elenco delle città del nostro Paese…). In ogni caso,  per chi abita dalle mie parti, fa poca differenza: zigzagare di qua e di là del confine è uno sport quotidiano che si pratica piacevolmente da quando la frontiera, un tempo presidiata da doganieri non propriamente gioviali, non esiste più. Il Monte Nero, in lingua slovena,  si chiama “Krn”, parola che non indica alcun colore: l’errore nasce dalla  confusione con la parola Črn  che si pronuncia  in modo ben diverso (con la “c” di “cena”)   e significa appunto”nero”. L’inghippo in pratica sta in quello strano tettuccio ( la “strešica”) sopra la “c”, che non è una semplice decorazione, ma identifica un’ulteriore lettera dell’alfabeto,  con la sua specifica pronuncia (questa è solo una delle tante insidie della complicatissima lingua slovena a cui consiglio di approcciarsi in età infantile, quando la mente è ancora sufficientemente elastica!).

Le Alpi Giule dalla cima del Monte Krn

Ciò premesso, una delle meraviglie di queste montagne è che se un qualunque sasso potesse raccontare ciò di cui è stato testimone, si resterebbe per ore incantati ad ascoltare tutti gli aneddoti inerenti  gli avvenimenti della Grande guerra. Il Monte Nero deve in effetti la sua fama alle azioni belliche che nel 1915, durante la prima guerra mondiale,  portarono alla sua conquista da parte dell’esercito italiano (salvo poi, nel 1917, tornare sotto il controllo austriaco).  Al di là dell’interesse storico, l’altro aspetto sorprendente  del Monte Nero,  e di molte altre località delle Alpi Giulie,  è il fatto che si può lasciare il proprio mezzo a 500-600 mt e  imboccare ripidi sentieri che conducono direttamente oltre i 2.000 mt: niente auto, niente turisti chiassosi, niente rifugi che sembrano locali da Happy Hour.  Il Monte Nero è la porta di ingresso al Parco Nazionale Triglav (Tricorno in italiano), uno dei parchi nazionali più grandi e maestosi d’Europa, e alla sua cima ci si può arrivare attraverso diversi sentieri.   Noi abbiamo scelto di partire da Drežnica, (piccola località a 540 mt) e di seguire il percorso più lungo, in alternativa ad uno più corto ma con una ferrata che richiedeva attrezzatura idonea. La mulattiera che abbiamo percorso si è inerpicata inesorabilmente, stretta e sassosa, fino al Gomisckovo Zavetisce, un pittoresco rifugio a quota 2.185 mt. Da lì, in una ventina di minuti che sembrano però interminabili viste le condizioni delle gambe  ormai a pezzi, si raggiunge la cima, dove si viene ricompensati da un panorama mozzafiato.  Tra le spettacolari vette delle Alpi Giulie, si vede nitidamente anche un suggestivo lago di montagna, di un colore lucente tra l’azzurro e il verde.

Dalla vetta la vista del lago Krnsko

Se si desidera includere una tappa nei pressi di questo incantato specchio d’acqua, si deve incominciare la salita dal versante opposto, dalla località di  Lepena, che si raggiunge dopo aver attraversato una parte della fiabesca valle dell’Isonzo, con i suoi rilassanti prati e mucche al pascolo.  In realtà, per i più pigri,  oltre alla partenza da Drežnica  o da Lepena, ci sarebbe  anche  una terza  possibilità, ovvero quella di incominciare l’ascesa dal rifugio di Planina Kuhinja, che è a 991 mt e si raggiunge in auto:  il rischio, in questo caso, soprattutto di domenica, è di trovare  allegre compagnie più interessate agli alcolici che al panorama di montagna. A essere onesti, anche nel rifugio collocato alla considerevole quota di 2.182 metri, siamo rimasti colpiti dalla quantità di birre, vino e grappe che venivano consumate. Dopo un dislivello di 1700  metri colmato nell’arco di tre intensissime ore, ormai quasi disidratati dal sudore profuso in salita,nell’ultimo tratto avevamo le visioni a forma di enormi bottiglie di acqua fresca. Io già mi pregustavo la mitica Radenska, un’ acqua minerale slovena con un’esagerata effervescenza naturale e dall’inconfondibile  sapore salato, che ti reintegra di qualunque sostanza tu abbia bisogno… E invece, sorpresa: niente acqua! L’ unico liquido trasparente che abbiamo visto versare era grappa! A quel punto, abbiamo ridato valore a quel poco di acqua calda rimasta in borraccia di cui, poco prima, stavamo per liberarci imprudentemente: all’improvviso appariva  invitante  e preziosa, anche perché avremmo dovuto farcela bastare per la discesa nelle ore più calde del pomeriggio.  Cadendo nel più banale e frequente dei luoghi comuni, davamo per scontato che dopo la devastante sudata della salita, la discesa sarebbe stata più agevole. Non avevamo fatto i conti con i muscoli delle gambe ormai molto provati e con un terreno sassoso che scivolava ad ogni passo e premeva sulle suole delle scarpe. In effetti, seppur ricompensati dalla soddisfazione dell’ascesa in vetta e dal panorama di cui avevamo goduto, la discesa è stata pura sofferenza. Forse abbiamo sbagliato:  avremmo dovuto approfittare della birra e delle grappe del rifugio che ci avrebbero stordito quel che basta per scendere in un divertente “stato di anestesia”!

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