ITALIA: Arezzo vista dagli occhi di chi proviene dal Friuli Venezia Giulia

Confesso che, fino all’età di 40 anni, non ero mai stata ad Arezzo. Ne avevo ipotizzato una visita ai tempi dell’università, quando la manifestazione “Arezzo Wave” viveva i suoi anni migliori, ma i  collegamenti ferroviari e stradali, tutt’altro che semplici e veloci,  mi avevano scoraggiato. Mai avrai immaginato che a un certo punto della mia vita, avrei conosciuto (e poi addirittura sposato!) un aretino e la tratta “Gorizia-Arezzo” sarebbe diventata un leit motiv dei miei spostamenti.

Nonostante le sue antiche origini etrusche ed il fatto che molti personaggi illustri (tra cui Giorgio Vasari e Piero della Francesca) siano nati ad Arezzo, della città non conoscevo un granché. Sapevo che vanta antiche pievi, magnifiche chiese e palazzi,  piazze di diverse epoche storiche, musei di vario tipo ma, curiosamente, nessuna gita scolastica, né nessun incarico di lavoro o week end dell’età adulta, mi avevano portato ad Arezzo.  Ho dovuto incontrare mio marito per conoscere “Piazza Grande”, una delle più belle piazze d’Italia, circondata da costruzioni medievali e suggestivi palazzi del quattrocento e cinquecento. Ogni prima domenica del mese diventa anche lo scenario di una famosa Fiera Antiquaria e, due volte all’anno, ospita la tradizionale  “Giostra del Saracino”,  con centinaia di figuranti in costumi storici.

Bandiere esposte per la Giostra del Saracino

La chiesa più famosa della città si trova però nella Piazza di San Francesco: è la omonima Basilica, in stile gotico, che conserva affreschi di Piero della Francesca di grandissimo valore. L’elenco dei luoghi di interesse storico e artistico è difficile da sintetizzare in poche righe perché in una città ricca di arte e di storia come Arezzo, in ogni vicolo dell’antico centro medievale, ad ogni passo, si resta sorpresi dal fascino di palazzi antichi  perfettamente conservati e dal susseguirsi di piccole botteghe con un’enorme varietà di prodotti artigianali ed eno-gastronomici.  A proposito di cibo: è sempre grazie a Roberto che nel mio vocabolario sono entrati termini come “panzanella”, “ribollita”, “pappa al pomodoro”. Si tratta di piatti tipici aretini, di origine contadina. La panzanella è a base di pane raffermo (rigorosamente senza sale, come tutto il pane toscano!) bagnato in acqua e poi strizzato, a cui si aggiungono la cipolla, il basilico, i pomodori ed i cetrioli, il tutto condito (ovviamente!) con olio extra vergine di oliva. La ribollita, invece è una zuppa di pane raffermo e verdura, che diventa sempre più buona ogni volta che viene, appunto, “ribollita” sul fuoco. Non avevo mai mangiato nemmeno la pappa al pomodoro, altra zuppa a base di pane raffermo, ma almeno quella la conoscevo per la nota canzone di Rita Pavone che faceva da colonna sonora allo sceneggiato degli anni ’60 dedicato a Gian Burrasca. Un’altra insolita scoperta è stato il  cavolo nero, che non ha la classica forma a “sfera” bensì lunghe foglie: ora lo noto anche nei supermercati di Gorizia, dove rappresenta un ortaggio insolito,  oggetto di curiose domande sulle tecniche per pulirlo e renderlo commestibile. In questi anni di vita tra Friuli e Toscana, ho appurato che non solo le abitudini culinarie sono diverse, ma anche gli orari di lavoro e dei pasti: andare in ufficio alle 7.30 o cenare alle 19 è fantascienza ad Arezzo, mentre in Friuli sarebbe assurdo aprire i negozi alle 10 o addirittura alle 11 del mattino. Ed anche i modi di dire non sono poi così simili come mi ero immaginata (tra i miei preferiti modi di dire aretini, per indicare qualcosa destinato a non avere lunga vita c’è “dura come un gatto sull’Aurelia”…) In compenso, le rispettive popolazioni hanno sicuramente in comune un tratto: “la spigolosità” del carattere, che nel caso dei toscani è resa ancora più tagliente da un gusto della battuta e dell’ironia a volte spregiudicato. Del resto, l’accento aretino, che si differenzia dal fiorentino per una pronuncia della “c” decisamente meno aspirata e per l’uso di termini specifici (come “citti” per indicare i ragazzini), sembra fatto apposta per  giochi di parole e prese in giro. Chi proviene dal nord non può poi non notare il frequente uso di parole come “codesto”, “babbo”, “pigiare”, “spengere”, “ciombare”, termini che in bocca a un friulano farebbero sicuramente ridere. L’uso della bestemmia, invece, è un’altra abitudine che accomuna Friuli e Toscana (seppur, in quest’ultimo caso, ovviamente,  nella versione con la “c” aspirata). Oltre, naturalmente,  a quella di saper apprezzare il buon vino: rosso nel caso di quello toscano, preferibilmente bianco nel caso di quello friulano, ma sempre prodotto con grande cura da vignaioli che da generazioni si tramandano l’amore per le loro terre e il loro lavoro.

Chianti

Il paesaggio offerto dal Collio goriziano, interamente ricoperto da ordinati filari di vigneti alternati a ciliegi ed ulivi, non è poi così diverso da quello che caratterizza il classico panorama toscano, con le sue dolci colline, i suoi cipressi, le sue prestigiose tenute vinicole e i  numerosi produttori di olio di oliva di rinomata qualità.

In più Arezzo ha la Val di Chiana, con le sue grandi mucche chianine e le macellerie che, per ricercatezza dei locali e dei prodotti in vendita (ma anche per i prezzi!), sembrano quasi gioiellerie. Viste le indubbie somiglianze dei due territori, prendendo spunto dalla cittadina di Sappada (che è recentemente riuscita a passare dal Veneto al Friuli Venezia Giulia) mio marito Roberto vorrebbe proporre ai politici aretini di candidare pure Arezzo per un ingresso nella Regione Autonoma FVG…Sarà possibile???

 

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