HAITI: cronaca di un viaggio improbabile

Jacmel,

HAITI: cronaca di un viaggio improbabile

Perchè andare

Negli ultimi anni Haiti è stato devastato da terremoti ed epidemie. Prima di questi eventi catastrofici però, non stava molto meglio. Io ci sono andato una decina di anni fa e la situazione che ho trovato era veramente pietosa. Ma cosa mi ha spinto ad avventurarmi fin lì? Ero in viaggio nell’isola di Hispaniola e girovagavo nella parte orientale godendomi la tranquillità delle spiagge della Repubblica Dominicana, quando mi cadde l’occhio su una linea di bus che portava a Port-au-Prince. Non serviva il visto e allora comprai il biglietto senza pensarci troppo su.

Nel bus ero il solo bianco assieme ad una altro ragazzo seduto poco più avanti, e non avevo informazioni o guide di viaggio con me, dato che non ne esistevano di aggiornate. Arrivati al capolinea, dopo aver passato la frontiera senza alcun problema, mi trovai al tramonto in una via anonima della periferia della capitale senza alcun riferimento di alloggi o altro. Non c’erano neanche taxi o trasporti pubblici nelle vicinanze dunque ero indeciso sul da farsi e stava facendo buoio. Il ragazzo francese mi avvicinò e mi chiese se avessi già un alloggio. Vedendomi perplesso mi invitò gentilmente a casa sua, avvertendomi che restare fuori a Port-au-Prince dopo il tramonto sarebbe stato estremamente pericoloso.

Port-au-Prince

Lui era un dipendente di una organizzazione umanitaria affiliata alle Nazioni Unite e la sera la conversazione si basò sulle pessime condizioni del paese, che, mi spiegava non sapevano quasi come aiutare. Haiti già da allora mancava di combustibile e gli abitanti per cucinare avevano tagliato praticamente tutti gli alberi e gli arbusti dell’isola, comprese le piantagioni di caffè. Le colline così spogliate dalla vegetazione non trattenvano più le piogge e si verificavano frequenti alluvioni. Però non si poteva rifornirli di gas, perchè non avevano le stufe elettriche. Il petrolio scarseggiava e si verificavano frequenti black-out. Insomma non era certo il paese adatto ad un turismo tranquillo, anche perchè l’ordine pubblico era precario, visti i frequenti scontri tra fazioni politiche avverse.

Questi racconti furono utilissimi, perchè mi misero in guardia senza però scoraggiarmi più di tanto. Il giorno dopo mi trovai una stanza in un albergo di Port-au-Prince: il mio viaggio nella prima repubblica al mondo governata da neri.

Port-au-Prince, dipinti tipici

Port-au-Prince

La capitale di Haiti è una città di oltre un milione di abitanti ed è estremamente ingannevole. Vista dalla collina di Petion Ville, dove sono le residenze della borghesia e i migliori alberghi, il centro abitato si mostra adagiato pigramente sulla baia omonima ed il colpo d’occhio è davvero piacevole. Ma percorsi i pochi tornanti che portano verso il centro, la bolgia diventa infernale. Il traffico convulso, composto più che altro da rottami tenuti insieme da saldature continue e filo di ferro, le fogne a cielo aperto, le persone disperate che vendono di tutto su miseri cenci buttati per strada, il più delle volte accanto (o sopra) a mucchi di rifiuti, l’apparente mancanza di un qualsiasi ordine o regola riescono a sopraffare un viaggiatore per quanto incallito.

Le cose da vedere, come è possibile immaginare, non sono tante, ma ciò che è più coinvolgente è essere parte di una realtà tanto disperata. Ho passata del tempo nell’unica oasi di tranquillità, di fronte al palazzo presidenziale, che di lì a pochi anni sarebbe stato distrutto dal terremoto, e comprai un coloratissimo quadro naif, tipico prodotto artistico haitiano, che qualche settimana dopo scoprì che vendevano nella Repubblica Dominicana come souvenir locale.

Prima di sera mi rintanai di nuovo nell’Hotel Prince, un pò decaduto ma sempre fascinoso a dammirare di nuovo la bellezza della vista sulla città e a pensare all’itinerario che avrei seguito.

Jacmel, palazzo coloniale

Jacmel

Il mattino seguente mi sarei infatti recato alla stazione dei bus per provare a prendere un trasporto pubblico per Jacmel, cittadina situata sulla costa meridionale di Haiti, in posizione privilegiata al centro di una lunga striscia di costa sabbiosa che prometteva bene. Prendere il bus fu un’impresa. Le peersone si accalcavano con foga e io riuscì a malapena a trovare un posto stretto tra galline e comari vocianti. Mi tenevo ben stretto il mio piccolo bagaglio, il fedele zaino-valigia Napapijri che mi accompagnava nei viaggi in solitaria.

Dopo qualche ora di viaggio scesi a Jacmel e le aspettative erano quelle di rilassarsi lontano dalla confusione della pericolosa capitale in quella che doveva essere una cittadina pacifica, luogo di villeggiatura e di turismo balneare. Mi trovai in una città sicuramente molto più tranquilla di Port-au-Prince, ma completamente trascurata, se non fatiscente. Inoltre le strade erano presidiate da mezzi militari e da caschi blu delle Nazioni Unite che da un lato rassicuravano, ma dall’altro erano indice che la situazione non era proprio tranquillissima. Peccato perchè la cittadina avrebbe potuto essere bellissima, con i tanti palazzi coloniali ben conservati che insieme alle case creole formavano un insieme variopinto e assolutamente singolare.

Trovai posto nell’unico albergo ancora aperto, l’Hotel Jacmelienne, sul mare, ma dove ero l’unico ospite borghese. Gli altri erano ufficiali NU.

La Citadelle Laferrière

Cap Haitien

In questo ambiente non mi trovavo molto bene, dunque rimasi solo due notti e poi tornai a Port-au-Prince. La sera di nuovo all’Hotel Prince, ma il mattino dopo mi sono fatto portare da un taxi all’aeroporto della capitale. La strada per arrivare sembrava bombardata di recente tanto le buche erano fitte e grandi. Da lì un volo di poco più di mezz’ora mi ha trasferito a Cap Haitien, la vecchia capitale dell’isola di Hispaniola, situata all’estremo nord del paese. Oggi ci vola Sunrise Airways, casomai potesse servire.

Un pò rinfrancato, trovai alloggio nel modesto Hotel Roi Cristophe, oggi completamente ristrutturato. La città era anch’essa devastata dalla miseria e camminando verso le vie centrali mi sentì, cosa rarissima nei miei viaggi, in pericolo perchè non accettato dalle persone. Venivo approcciato in maniera brusca con l’appellativo di “blanc“, bianco, detto in maniera non proprio amichevole.

Ma ero lì non per visitare Cap Haitien. Io volevo vedere i dintorni, che offrivano i resti del Palais du Sans-Souci, sontuosa residenza fatta costruire da re Henri Christophe agli inizi dell’Ottocento e La Citadelle Laferrière, incredibile castello costruito sulla cima di una collina per proteggere il re e la sua famiglia. La fortezza, la più grande di tutto l’emisfero boreale e dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, poteva contenere scorte per il re con il seguito e 5000 della sua armata. Doveva anche respingere un eventuale sbarco dell’esercito napoleonico, ma non sparò mai un colpo.

Cap Haitien, Palais du Sans Souci

La visita ai due monumenti fu davvero emozionante e valse da sola il viaggio, ma poi era arrivato il momento di ripartire. Sarei tornato nella Repubblica Dominicana, ma questa volta da nord. Il confine dista solo poche decine di chilometri da Cap Haitien e trovare un trasporto di fortuna non fu difficile. Montai su un pick-up che aveva conservato solo le parti in metallo. Qualsiasi altro materiale come tessuti di sedili e portierre, plastica del cruscotto, vetri, era scomparso. Le ruote erano completamene fuori centro e cuscinetti e ammortizzatori ormai defunti. Ma continuava ad andare e io non dovevo arrivare molto lontano. La mia meta era Dajabon, posto di frontiera nella Repubblica Dominicana, che attuava un rigido controllo doganale a causa della forte immigrazione clandestina di Haitiani che andavano a cercare un lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero dei vicini dominicani, visti evidentementi come i “vicini ricchi”. C’è sempre qualcuno che sta peggio.

L’interno de La Citadelle

La cosa sorprendente per me fu che, sceso dal mio traballante mezzo di trasporto mi avviai a piedi al posto di frontiera haitiano e…lo trovai completamente vuoto! Cercai intorno e non c’era nessuno, allora mi incamminai a piedi verso la frontiera dominicana che, come dicevo, aveva una sorveglianza ben nutrita.

Ed io rimasi con il mio passaporto che di Haiti conserva solo il timbro di entrata.

Buon viaggio!